Continua il massacro a Gaza e il premier Benjamin Netanyahu continua ad inasprire le proprie posizioni, come fatto nella conferenza stampa con il cancelliere tedesco Olaf Scholz confermando che l’operazione a Rafah si farà, ma non partirà “prima che sia sgomberata la popolazione civile”. I dettagli sulle misure di evacuazione e sulla successiva operazione militare non sono noti, ciò ci inquieta profondamente, considerato l’alto numero di civili presenti a Rafah e la difficoltà di spostarli in zone che sono considerabili altrettanto pericolose.

Gli aiuti umanitari continuano ad arrivare centellinati e non a sufficienza per rispondere alla esigenze della popolazione civile. Espressione di ciò è un video che ha fatto il giro del web di un ragazzo che si è arrampicato su un palo dell’elettricità per supplicare i soldati egiziani e avere del cibo, dicendo: “Vogliamo mangiare, vogliamo vivere”, nel tentativo di salire sopra la recinzione al confine meridionale di Gaza.

Continuare ad assistere a tutto ciò in diretta è inaccettabile e disumano. 

Nel mentre l’impegno dell’Unione europea e del nostro paese nello svolgere politiche internazionali si concretizza in un accordo da 7,4 miliardi di euro in tre anni con l’Egitto, tra le azioni finanziate vi è una primaria attenzione ai fenomeni migratori, per ridurre i flussi verso l’Europa.

Von der Leyen parla di un'”ottima collaborazione”, spiegando che l’Ue conta “sulla piena dedizione dell’Egitto al controllo dell’immigrazione clandestina e alla gestione delle frontiere”. Un film già visto, un nuovo tappo alle porte dell’Europa, per tenere lontani i problemi e non risolverli. 

L’Egitto di Al-Sisi è circondato da guerre e conflitti: il dramma dei palestinesi nella striscia di Gaza, a est; il perenne caos libico a ovest; la guerra civile che da un anno strazia il Sudan, a sud, tra le forze armate regolari e le forze paramilitari di supporto rapido. Il Cairo, che versa in una grave ed endemica crisi economica, ospita circa nove milioni di rifugiati, tra cui quattro milioni di sudanesi e un milione e mezzo di siriani, stando all’Organizzazione mondiale per le Migrazioni. “L’Egitto è un Paese critico per l’Europa oggi e per i giorni a venire” ha affermato un funzionario della Commissione dietro la promessa dell’anonimato, sottolineando la “posizione importante e strategica dell’Egitto in un’area molto difficile, al confine con la Libia, il Sudan e la Striscia di Gaza”. 

Al netto di queste considerazioni quali saranno le condizioni delle persone che per un percorso migratorio arriveranno in Egitto? Chi si occuperà di loro? L’Egitto ha dato prova più volte di essere un paese inaffidabile sotto il profilo della tutela dei diritti umani e con un processo ancora pendente nel quale è coinvolto il nostro paese per arrivare alla verità su Giulio Regeni. Per cosa sarà utilizzato il denaro dato? Cosa vuole dire irrobustire la gestione delle frontiere?

Questo accordo più che una facilitazione di ponti umanitari legali mi pare essere un ulteriore ostacolo per i migranti alla possibilità di ambire ad un futuro migliore, un nuovo muro che separa il nostro benessere dalle sofferenze di chi vive al di là del Mediterraneo, un nuovo schermo che ci tutelerà nella nostra tranquilla indifferenza.

In questo contesto internazionale sempre più aspro e colmo di crisi, come città dobbiamo continuare a portare avanti politiche di pace, costruzione di dialogo e rispetto dei diritti umani. Ultima iniziativa in tal senso è stata l’accoglienza all’ospedale Rizzoli di bambine e bambini che arrivano dai territori della striscia di Gaza con traumi da esplosione e bombardamenti. Dal momento dell’accoglienza e durante tutto il periodo delle cure i team sanitari sono affiancati sempre da un mediatore culturale e dal supporto dei volontari della Comunità islamica di Bologna che subito si è messa a disposizione per aiutare a gestire al meglio tante esigenze anche non sanitarie.

Da questi piccoli gesti di pace e umanità è importante ripartire per demolire gli accordi disumani, le guerre ciniche e la coltre di assuefazione alle tragedie nella quale siamo immersi.