In queste ore prosegue la tragedia umanitaria a Rafah, l’agenzia di stampa palestinese Wafa afferma che almeno 12 persone tra cui donne e bambini sono morte e diverse altre sono rimaste ferite in una serie di bombardamenti israeliani che stamattina hanno colpito le zone di Khan Yunis e Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

La spinta ad un cessate il fuoco continua ad arrivare dalle proteste che si stanno accendendo in tutto il mondo a condanna dello sterminio che sta subendo il popolo palestinese.

Nel frattempo si muovono primi passi, che speriamo possano presto concretizzarsi per arrivare ad un cessate il fuoco, infatti il Consigliere per la politica estera di Benjamin Netanyahu, Ophir Falk, conferma che c’è una disponibilità ad accettare la cornice dell’accordo proposto dagli Stati Uniti per il rilascio degli ostaggi e un interruzione del conflitto.

Mentre la diplomazia muove i suoi lenti ingranaggi anche la popolazione Israeliana continua a mobilitarsi. A Tel Aviv, decine di migliaia di persone hanno riempito il centro della città chiedendo al governo di portare avanti l’accordo per il rilascio degli ostaggi e la destituzione del primo ministro Benjamin Netanyahu. È stata la manifestazione più imponente degli ultimi tempi, circa 120.000 persone a cui si sono affiancate altre dimostrazioni in numerose località del Paese.

Il primo oratore alla manifestazione è stato Shaul Meridor, ex capo del dipartimento di bilancio del ministero delle Finanze, divenuto noto all’opinione pubblica nel 2020 per essersi dimesso in segno di protesta contro la condotta di bilancio dell’allora ministro delle Finanze Israel Katz.

“A un passo da una vittoria che non arriverà mai, siamo circondati da nemici, il mondo intero è contro di noi”, ha detto Meridor, riferendosi alle ripetute affermazioni di Netanyahu durante la guerra secondo cui Israele è vicino al raggiungimento dei suoi obiettivi, anche se non è chiaro quali siano, perché qualsiasi cosa si muova a Gaza è diventato obiettivo. Le ferite che il popolo di Israele ha subito con il 7 ottobre in questo vortice di vendetta si sono solo allargate, e con la nube di morte portata a Gaza si sono gettate le basi per l’odio degli anni a venire.

Come gruppo continueremo a chiedere con forza la ricerca di vie di pace, ascoltando il grido globale che ripete la necessità di deporre le armi. Ciò che sta accadendo in Palestina ci riguarda, in Palestina è in gioco tutta la nostra umanità oltre che il diritto internazionale e il rischio di assistere (sempre che ciò non sia già accaduto) alla sua definitiva morte.

La Bandiera della Palestina è diventata simbolo esteso non solo della tragedia di un popolo ma della tragedia di tutto il genere umano che continua a riprodurre odio e violenza, esporla è un gesto per non rassegnarci a tutto questo.

Noi non ci rassegniamo, noi chiediamo pace.