Continua la tragedia umanitaria a Gaza, una tragedia che sta violando ripetutamente i diritti fondamentali dell’uomo e tra questi anche una libertà fondamentale, quella di documentare gli orrori che si stanno verificando a ripetizione per averne testimonianza e non perderne traccia. Chi fa il giornalista a Gaza è un bersaglio di guerra, una voce da eliminare e questo è rappresentato dai numeri impressionanti di giornalisti uccisi nel 2023, 99 di cui 2/3 uccisi nei primi 3 mesi di guerra a Gaza, nel 2022 in tutto il mondo sono stati uccisi 61 giornalisti.

Riflettere sulla libertà di espressione e il racconto di conflitti è fondamentale, per non lasciare solo e nell’oblio chi l’oblio e l’indifferenza tenta di abbatterla ogni giorno, per questo credo sia profondamente importante che il Consiglio di oggi possa discutere della concessione della cittadinanza onoraria a Julian Assange, con un pensiero a chi come lui per le attività di informazione svolte subisce ingiustizie e a volte perde anche la vita.

È inevitabile in questa riflessione fare un passaggio su quanto accaduto in queste settimane nel nostro paese, dove chi ha espresso pareri di condanna nei confronti delle operazioni militari del Governo Israeliano dal palco di Sanremo è stato stigmatizzato come istigatore all’odio e per tanto da censurare e condannare. Chiedere il “Cessate il fuoco”, dire “Stop al massacro” è essere violenti? Non c’è stata alcuna prudenza lessicale o resistenza nel condannare le terribili azioni di Hamas del 7 ottobre, mentre chiunque si esponga nel chiedere un cessare dell’escalation del Governo israeliano è spesso equiparato ad un terrorista o ad un antisemita in analisi mistificatrici e superficiali. Questo è grave perché il sottotesto è che alla fine qualsiasi barbarie verrà compiuta troverà nel 7 ottobre una giustificazione più che valida e ciò non porterà alla pace, ma all’annientamento di un popolo, quello Palestinese.

Per questo mi preoccupano profondamente le dichiarazioni di Netanyahu che afferma inequivocabilmente che “Israele combatterà fino alla vittoria assoluta, anche a Rafah. Chiunque voglia impedirci di agire a Rafah”, dice Netanyahu, “ci sta essenzialmente dicendo di perdere la guerra. Non lo permetterò”.

Ricordo che a Rafah ci sono 1,4 milioni di Palestinesi, Save the children fa sapere che di questi più di 600000 sono bambini. Come si chiama una vittoria assoluta contro 600000 bambini?

Sentivo l’altro giorno un esempio calzante fatto da un’artista Napoletano per spiegare l’assurdità di quanto sta accadendo in Palestina dicendo che le azioni militari che il Governo israeliano sta portando avanti contro Hamas sono paragonabili all’azione repressiva che lo Stato italiano potrebbe portare avanti contro un clan di camorra, facendo la scelta di non svolgere più indagini e azioni mirate ma assumendo la decisione più risoluta di radere al suolo intere zone di Napoli nelle quali c’è il sospetto che si nascondano affiliati al clan. L’obiettivo sarebbe quello di distruggere la criminalità organizzata, ma al contempo il risultato sarebbe quello di distruggere anche tutto ciò che vi sta intorno. Una guerra contro il male che distruggerebbe anche tutto il bene che lo circonda e lo combatte, dalle associazioni anticamorra, alla società civile attiva, fino ai presidi di comunità a partire dai quali costruire alternative al crimine. Cosa rimarrebbe poi? Dolore e rovine dalle quali nuovamente il male e l’odio avrebbero terreno fertile per dilagare nel nulla delle macerie come unico motore dell’esistenza di chi è sopravvissuto. Questo sta accadendo ora a Gaza.

Contro l’ipocrisia di una narrazione parziale che oscura chi fa appello ad un senso di umanità sono scesi in piazza migliaia di ragazzi e ragazze a Napoli e a Bologna, per richiamare la RAI al suo dovere di servizio pubblico di informazione e non di difesa di una parte, oggi più che mai è necessario un racconto fedele che faccia luce sulle ingiustizie in modo chiaro e preciso per iniziare a costruire la pace dai racconti.

Noi per primi, come politici, dobbiamo costruire pace a partire dalle nostre dichiarazioni e dai nostri racconti, offrendo occasioni di approfondimento che restituiscano la complessità della situazione in Medio Oriente, non rimanendo paralizzati in un limbo di pensieri annacquati che annegano nel silenzio della censura qualsiasi riflessione su quanto sta accadendo. Proprio per discutere e affrontare l’analisi della guerra che si sta consumando domani alle ore 18:00, su iniziativa di alcuni Consiglieri di maggioranza, tra cui il nostro gruppo, si terrà un incontro con vari ospiti che offriranno letture su come si è arrivati a tale punto di tensione e quali sono le azioni pacifiche che da tempo sono in atto per intraprendere vie alternative alle armi per arrivare alla soluzione del conflitto e al cessare delle ingiustizie.