Nei giorni prima della partenza per i campi profughi Saharawi, nel corso del viaggio e sin dalle prime ore dal mio ritorno ho ricevuto alcune domande ricorrenti: perché vai là? Cosa sono e a cosa servono i viaggi di coscienza?

La prima risposta è di tipo educativo: formare umanamente e socialmente i giovani cittadini che abitano la nostra città, allenarli a porsi domande e a comprendere la complessità della realtà, per capire come leggerla e come agire in essa. La storia del popolo Saharawi è senza dubbio un esempio di questa complessità. Più di 200000 mila Saharawi vivono in esilio nel deserto algerino, nei campi profughi nei pressi di Tindouf. Prevalentemente sono donne e bambini, e i loro unici mezzi di sussistenza sono gli aiuti umanitari. Nonostante le dure condizioni climatiche e la mancanza di risorse, i Saharawi hanno saputo difendere e mantenere integri il loro patrimonio culturale e la loro struttura sociale. Da più di 45 anni attendono che gli venga riconosciuto un diritto all’autodeterminazione. La condizione di esilio rappresenta un continuo stato di attesa, inattività e di routine, fare la scelta di condividere per qualche giorno questa condizione è un modo di vivere la politica internazionale, per poterne essere dal proprio osservatorio protagonisti con cognizione di causa, comprenderne i limiti, la parzialità dei racconti, e a volte la loro spiazzante assenza.

La seconda risposta si trova nella tessitura di relazioni tra giovani e mondo associativo, mondo che ancora si assume dei rischi per fare crescere la comunità, per questo ringrazio Gianluca, Leo e l’associazione El Ouali, che questo rischio se lo è preso con gioia e con sé ha portato alla scoperta di una realtà articolata un nutrito gruppo di ragazzi e ragazze, per consegnare in modo autentico responsabilità sul futuro, offrendo l’opportunità di partecipare ai percorsi che da anni sono stati avviati nei campi Saharawi e che attendono nuove energie per svilupparsi, a partire dalla Sahara Marathon, alla quale abbiamo partecipato e che ogni anno si organizza anche grazie all’aiuto delle realtà associative attente ai diritti umani, che in questa manifestazione sportiva vedono un modo per fare luce sulle dure condizioni di chi vive nel deserto algerino.

La terza risposta sta nell’incontro di popoli lontani, nella scoperta di altre culture, nell’ascolto di nuove lingue e nell’assaggiare cibi diversi. Per questo ringrazio l’estrema ospitalità di Mohamed che ci ha accolti nella sua casa e per 10 giorni non ci ha fatto mancare nulla, condividendo con noi oltre che la materialità anche la sua intimità emotiva, i suoi sogni e il suo dolore. Ci ha fatto toccare con mano la resistenza del popolo Saharawi, il suo orto fertile nonostante il deserto, la sua fame di lotta politica, i laboratori educativi che nascondono mondi dietro mattoni di sabbia, i progetti culinari e sanitari, che in condizioni complicatissime incredibilmente riescono a dare frutto.

La quarta risposta sta nello sviluppare rapporti paritari tra i partecipanti e gli accompagnatori che ricoprono ruoli nell’amministrazione comunale, avendo modo di confrontarsi su come funziona la gestione di una città e la sua vita politica, offrendo i codici per decifrarla e gli strumenti per parteciparvi. Nel rapporto che si è creato tra me, la Consigliera De Martino, i ragazzi e le ragazze che hanno viaggiato con noi hanno trovato dimora riflessioni sull’attualità, su ciò che attraversa ogni lunedì quest’aula, dalla violenza di genere, a città 30, dall’ambiente, alla gestione dello spazio pubblico, discutendone senza tempo e profondità sulla sabbia del deserto. In questi dialoghi ho assaggiato spesso la distanza che c’è tra ciò che accade a Palazzo e la cittadinanza, osservando le stesse questioni di cui discutiamo in continuazione da nuove prospettive. Ho avvertito la necessità di ricercare nuove forme di confronto diretto, ciò richiede energie e tempo, ma il suo risultato è estremamente più solido e contagioso, per fare comprendere l’utilità e i confini della politica, cose di cui si è diffusamente sempre meno coscienti.

I viaggi sono esperienze uniche, sono acceleratori di processi, non perché ti estraniano dalla realtà ma perché ti avvicinano a questa pancia a pancia. Il viaggio non è una fuga dal reale, è un’immersione in tutto ciò che lo riguarda. Non esiste nulla di più trasformativo per una comunità della fortuna di avere suoi membri che viaggiano e raccontano quanto visto per collettivizzare l’arricchimento vissuto. Nel deserto abbiamo visto fiorire sia piante che persone, con la cura e il tempo dedicato da chi resiste per fare sopravvivere un popolo con dignità e per ottenere un diritto al futuro, la stessa cura e lo stesso tempo è necessario impiegare per riforestare di motivazione e impegno le nostre città, spesso spente nelle comodità e in sogni individuali, per avere una vegetazione sociale ricca che dia un senso alla democrazia e al suo esercizio sempre più in crisi. Per questo continueremo a progettare viaggi, ad ampliare le opportunità, a consolidare i percorsi inaugurati, a coinvolgere come tutor chi ha già partecipato e magari ad estendere il progetto ad altri Comuni, partendo dalla restituzione pubblica di quanto sperimentato nel primo viaggio di coscienza.

Nel chiudere ringrazio di cuore l’ufficio giovani che ha fatto un lavoro straordinario dalla selezione dei partecipanti al viaggio, colloquiandone quasi 100, fino all’estrema attenzione a tutti i dettagli organizzativi, facendo sì che l’esperienza si potesse sviluppare nel migliore dei modi e dare i risultati sperati.

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