Il mio intervento di oggi è  per sollevare una questione di violenza, una questione che va oltre le frontiere politiche e richiede la nostra attenzione. Sto parlando della crisi umanitaria innescata dal conflitto israelo-palestinese, una crisi che minaccia di colpire in modo particolare i soggetti più fragili, le donne, e ancor più le donne incinte. Più di 7000 vittime tra donne e bambini a Gaza.

Una delle attiviste di Non Una Di Meno a Roma ha detto: “Diamo solidarietà anche alle donne israeliane che sono state aggredite e stuprate. Abbiamo citato la Palestina perché è in atto una feroce aggressione alle civili e ai civili. È in atto un’occupazione da anni. E che Israele sia uno Stato di occupazione lo definisce l’Onu. La Guerra è l’espressione più alta del patriarcato. Dove lo stupro viene usato per il controllo. E questo è stato certamente fatto da Hamas, ma anche da altri eserciti.”  

In momenti di guerra e crisi umanitaria, l’aumento dei tassi di violenza di genere è una conseguenza diffusa. In Palestina, una regione che ha da sempre lottato con problemi, questa situazione diventa ancora più complessa. Abbiamo visto come la violenza di genere si intensifichi nei luoghi di conflitto, aggravata dalla mancanza di cure mediche, assistenza psicologica e luoghi sicuri dove le donne possono rifugiarsi. Durante la crisi del 2021, gli sgomberi a Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est hanno portato a un’escalation della violenza di genere, un problema gravissimo per le donne palestinesi, privandole di assistenza e supporto necessari.

La quarta Convenzione del 12 agosto 1949 è per la protezione delle persone civili in tempo di guerra, nella quale diversi articoli hanno rilevanza diretta per le donne, perché tesi a prevenire comportamenti che spesso vengono usati come armi di guerra, quali lo stupro e le violenze sessuali. La comunità internazionale ha già condannato la violenza di genere nei luoghi di conflitto tramite la risoluzione dell’ONU 1820 del 2008, riconoscendo la sua portata e condannando lo stupro come tattica di guerra. Tuttavia, la realtà sul campo persiste, con i conflitti che aumentano i tassi di violenza e annullano i meccanismi di protezione per le vittime.

La situazione a Gaza è unica nel suo genere, con le conseguenze dell’occupazione decennale che si aggiungono al conflitto attuale, portando a una situazione di estrema deprivazione materiale che colpisce in modo significativo le donne, le bambine e le ragazze. Esse, spesso escluse dalle decisioni politiche e militari, vivono una doppia oppressione in quanto donne e palestinesi.

È fondamentale contestualizzare questa violenza nella lunga storia dell’occupazione israeliana e del fallimento degli Accordi di Oslo, senza temere la censura o l’accusa di antisemitismo. Un futuro alternativo non può realizzarsi senza la libertà di nominare, descrivere e opporsi a ogni forma di violenza, inclusa quella del governo israeliano.

La disumanizzazione dei palestinesi, la loro esclusione dalle decisioni politiche, alimenta la violenza. Ma dobbiamo anche riconoscere che le vittime israeliane meritano il nostro lutto tanto quanto quelle palestinesi. La forza del lutto ci permette di immaginare futuri alternativi alla violenza, riconoscendo la vita degli altri come meritevole di essere vissuta.

Condanniamo ogni atrocità, ogni forma di violenza, terrorismo e guerra. Chiediamo con forza la fine delle ostilità e il rispetto del diritto internazionale. La mediazione e il dialogo devono essere al centro delle nostre azioni. Stiamo dalla parte delle vittime, perché solo da lì possiamo iniziare a superare la spirale di morte che affligge Israele e la Palestina.

Nel mondo in cui viviamo, la pace è possibile solo quando donne integre e di fede si battono per il futuro dei nostri figli “Leymah Gbowee”.