In queste settimane mi sono concentrato ad osservare i vortici di rabbia che vivo, che mi circondano, che abitano i miei coetanei e chi di poco è più piccolo. Ho osservato le occupazioni di Fermi, Belluzzi, Da Vinci, Sabin, Minghetti. Ho provato ad ordinare in parole quello che ho visto e sentito. Ciò che è rimasto attaccato al foglio è la sensazione di vivere in un ecosistema immobile, con attori che recitano senza tregua la loro parte senza modificare le proprie battute, in uno spettacolo che va in tournée per tutto il paese senza colpi di scena, con la serena consapevolezza del pubblico che qualsiasi cosa accada nulla cambierà.

Ciò che per me è evidente è che il problema non sono le occupazioni o i danni materiali nelle scuole, questi ultimi sono solo il sintomo del fatto che è la scuola come sistema ad essere sempre più rotta. Le occupazioni anzi credo che siano grandi occasioni di crescita se bene organizzate, possono essere un modo per proporre realmente un’alternativa di modello scolastico, un modo per bucare i muri didattici ed entrare in contatto con il mondo e il dibattito politico.

Ricordo che per un’occupazione scelsi la mia scuola superiore. In terza media ero indeciso tra varie scuole, visitai l’ISART, il Righi e poi sbarcai al Minghetti: ad accogliermi non fu il Preside o un docente ma gli studenti che in quel momento stavano occupando la scuola che mi raccontarono con sincerità la loro esperienza educativa. Questo mi convinse a scegliere il Minghetti, una comunità studentesca forte in grado di fare sentire la propria voce in modo limpido, lontano da qualsiasi strumentalizzazione e con una forza propositiva reale. Quell’occupazione durò due settimane, fu abitata da dibattiti autentici che fecero incontrare realmente docenti, studenti, politica e studiosi. L’esito fu la creazione di un progetto: “orizzontalmente”, l’idea di una nuova modalità didattica, dove gli studenti fossero protagonisti realmente: 20 ore in un anno da gestire per un percorso di approfondimento su un tema scelto dalla classe e le cui modalità di trattazione venivano discusse insieme con un supporto non invasivo dei docenti. Il progetto fu introdotto nel piano didattico, il rappresentante di sezione ne era il coordinatore tra gli studenti insieme ad un docente per classe. Io stesso per un anno coordinai il progetto della mia sezione. Dall’occupazione nacque un cambiamento che arricchì il confronto tra studenti e docenti e la crescita della comunità scolastica, scontrandosi con le difficoltà della novità e la fatica di curarla.

In questo momento ciò mi preoccupa è l’estemporaneità della stagione di occupazioni che abbiamo vissuto quest’anno. Occupazioni deboli che non sono mai entrate in contatto reale con la città se non per i danni recati alle strutture scolastiche che hanno conquistato i titoli dei giornali. Cosa rimane dopo queste occupazioni? Purtroppo niente, o meglio rimane un immagine di scuole che sono epicentro di inquietudine che non si trasforma in crescita, ma in disagio che tenta di trovare pori di sfogo. In queste scuole tutti stanno male: I prof fanno sempre più fatica a trovare linguaggi per entrare in dialogo con gli studenti. Gli studenti vivono sempre più crisi psicologiche, debolezze e smarrimento. Il sistema scuola sta vivendo un attacco di panico dal quale non riesce ad uscire.

In questa crisi profonda le istituzioni non riescono ad intervenire in modo impattante con misure realmente trasformative. Il dibattito politico è scadente. La destra si appiattisce alla condanna di ciò che vede senza indagarne le origini, additando i più scalmanati come la causa di tutti i mali, auspicando una loro marginalizzazione per ripristinare gli equilibri. Il centro sinistra si ferma ad analisi comprensive ma distanti dalla comunità studentesca senza elaborare un pensiero in grado di costruire vie di trasformazione. Certa sinistra movimentista raduna a suon di manifestazioni la rabbia di chi subisce la scuola orchestrando le accuse e consumandosi nel tempo di un urlo che viene ripetuto incessantemente in nome di un’autonomia che rafforza le proprie convinzioni e si allontana dalle soluzioni.

Tutte questi approcci politici sono legittimi, ma nessuno di questi è utile a mio modo di vedere ad affrontare i problemi della comunità scolastica. Serve mettersi in discussione seriamente, servono spazi di confronto autentici, serve che da questi emergano proposte, serve che le proteste recuperino tridimensionalità, ciò che si solleva dal basso deve entrare in contatto con chi decide. È la via più difficile ma è quella che si deve percorrere. Le mie energie le investirò nell’incontro tra mondi nella speranza che le scintille generate dall’attrito del confronto aprano nuove strade per ripensare l’ecosistema scuola.