Questa notte sono tornato dal Pellegrinaggio di pace a Gerusalemme e Betlemme organizzato dalla Chiesa di Bologna con il supporto di Petroniana viaggi, a queste va il mio più sentito ringraziamento per avere proposto un’iniziativa di questo tipo e per avere affrontato con determinazione e cura le difficoltà che hanno portato alla sua realizzazione.

Al pellegrinaggio hanno aderito 20 associazioni e varie persone che singolarmente hanno ritenuto opportuno prestare la propria vicinanza a chi ancora spera nella pace con un gesto concreto in questo momento di acuta e cieca violenza.

I 4 giorni appena passati sono stati un’immersione totale nella complessità di questo momento storico e dei territori mediorientali.

Ho partecipato senza sosta ad incontri e visite per ascoltare e approfondire la conoscenza della società israeliana e di quella palestinese, ascoltando la voce dei parenti degli ostaggi, quella dei palestinesi del West Bank che sono quotidianamente soggetti alle vessazioni dei coloni israeliani, quella della società civile israeliana che sta costruendo percorsi di resistenza alle politiche violente del Governo Netanyahu, quella delle comunità Beduine che sono emarginate sia dalla comunità israeliana che da quella palestinese, fino alle testimonianze dell’OCHA, di Padre Gabriel e Marcelo sulla tragica situazione umanitaria a Gaza.

Ho ascoltato cercando con ogni mia energia di capire senza pretendere di arrivare ad una sintesi coincidente con una verità da sentenziare al mio ritorno. Tutto l’ascolto che ho esercitato mi ha portato a riconoscere che non si può avere la pretesa di padroneggiarne l’analisi di quanto sta accadendo ed è accaduto in così poco tempo e ad assumere la consapevolezza che il dibattito presente in occidente è estremamente superficiale per la miriade di elementi tralasciati nelle riflessioni, a partire dall’assenza dell’analisi dell’elemento religioso e spirituale che va inevitabilmente compreso e inserito nella lettura dei fenomeni che si stanno verificando e si sono verificati prima del 7 ottobre.

Superficiali sono anche tutte le ipotesi di soluzioni che in questo momento vengono profilate. In tutte le testimonianze che ho sentito si è ripetuto che spiragli per soluzioni politiche in questo momento ce ne sono pochi, teorizzare 2 popoli e 2 stati al momento è fantasia, oltre che essere un’ipotesi superata. L’elemento sul quale concentrare per prima cosa le energie è salvare l’umanità rimasta, una volta raggiunto questo primo ed essenziale obiettivo ci saranno le prime condizioni per avviare scatti riflessivi ulteriori.

Germogli di pace e umanità li ho visti nella testimonianza in Rachel mamma di Hersh, ostaggio di Hamas, che nel raccontare il suo dolore ha denunciato la violenza delle azioni militari a Gaza, ribadendo che non ci può essere una competizione nel dolore strumentalmente utilizzata dalla politica.

Mi ha commosso la testimonianza della famiglia Nassar che da 32 anni combatte in tribunale per difendere la propria terra nel West Bank rispondendo alla brutalità degli attacchi dei coloni israeliani con azioni non violente. All’ingresso della loro proprietà hanno affisso un cartello con scritto “we refuse to be enemies”. Ogni volta che i coloni atterrano i loro alberi da frutto con bulldozer loro li ripiantano, ogni volta che provano a sfrattarli loro resistono coinvolgendo sempre più volontari internazionali come scudo pacifico di corpi alla loro eredità: la terra. Loro rifiutano essere considerati vittime, si definiscono persone creative che rispondono all’insensatezza dell’espansione coloniale israeliana rifiutando qualsiasi condizione di passività che li costringerebbe a piegarsi o scappare.

Un’immensa umanità l’ho vista nel rapporto tra il rabbino Jeremy Milgrom e Abu Kahamis, capo del villaggio beduino Alkhan Alahmar nel West Bank, visitando la scuola che insieme hanno realizzato nel deserto per dare futuro ai bambini Jahalin dimenticati dall’autorità Palestinese e minacciati dalla costante espansione delle colonie israeliane.

Nelle parole tratte da un versetto biblico che Jeremy ha regalato a me e a chi ha viaggiato con me ho trovato il senso della mia presenza in questi giorni a Gerusalemme e nel West Bank: “Parole rassicuranti da un paese lontano sono come acqua fresca a una persona stanca e assetata”.

Tutte le persone che ho incontrato mi hanno ripetuto la necessità di ricevere nuovamente persone che con coraggio si impegnino a costruire relazioni per ogni muro che si costruisce, rinnovate energie per ogni resistenza che viene piegata.

È fondamentale che il varco che si è aperto in questi giorni non si chiuda ma venga camminato da tanti e tante altre. È il momento di portare i nostri corpi nei territori di conflitto al servizio delle resistenze. Così spero che la pace si possa costruire con il contributo di ognuno e ognuna di noi.