Ricordo la stanza sottovuoto di un pomeriggio buio senza tempo nella quale il silenzio di chi mi stava accanto si è schiuso in dolore: DCA. 

Ricordo i dubbi martellanti: Cosa è? È grave? Sei tu? Un corpo estraneo? Come si cura? Sono io? Ti metto pressione? Perché non mangi? Cosa posso fare? Forse posso solo evitare di fare qualcosa…. 

Ricordo che non c’erano risposte, se non quelle trovate in un colloquio di 15 minuti con una psicologa d’ufficio, brava ma senza tempo, per dare una chiave di lettura a quello che stava attraversando la mia vita adolescente. 

Ricordo il DCA come una nube di vergogna e incomunicabilità nella quale chi ne ha sofferto accanto a me è stato risucchiato fino a scomparire insieme a chi gli stava accanto, anche io ho navigato in quella nube.

Ricordo che di DCA non si parlava sui media e in città, non c’erano spazi di confronto per fare luce nella foschia.

Ricordo il quinto anno delle superiori, il Day Hospital, le assenze da scuola che duravano mesi e le motivazioni che non potevano essere date ai compagni e alle compagne.

Ricordo il giorno delle motivazioni, una classe in silenzio davanti alla realtà: esistono i DCA e noi siamo la generazione che si sta ammalando.

Ricordo che nei corridoi della scuola iniziavo a vedere sempre più volti scomposti da una patologia invisibile.

Ricordo le attenzioni senza strumenti dei professori e dei genitori, preoccupazioni contorte senza sfogo fino alla resa.

Quello che vive nei miei ricordi in questi ultimi anni è diventato il presente di milioni di persone in questo paese. 3 milioni.

Da quando in Consiglio comunale mi occupo del tema ho ricevuto sempre più messaggi e richieste di aiuto. Quella che più mi ha scosso è arrivata nei giorni di agosto di questa estate: una chiamata e poi un messaggio: “Ciao, sono disperata. Ho 20 anni e soffro di un disturbo alimentare, i medici che mi hanno in cura non sono specializzati per tali disturbi, hanno fatto richiesta per ricoverarmi in una struttura pubblica ma al momento non ci sono disponibilità. Io sto davvero male, ho bisogno.” Questa ragazza mi ha scritto dal Lazio nei DM di Instagram. Mi sono chiesto quanti messaggi di aiuto avrà lanciato prima di arrivare a me. Quanti non posso aiutarti avrà sentito. Tanti.

I miei ricordi, il mio dolore, quello di chi ha affrontato esperienze di vicinanza, quello di chi ha sofferto di DCA, i milioni di presenti che stanno attraversando la patologia ora, per il Governo italiano valgono meno 25 milioni e una proposta di Legge che prevede l’introduzione nel codice penale del reato di istigazione «a pratiche idonee a provocare un disturbo del comportamento alimentare». Le pene non curano, le strutture sanitarie sì e su queste ultime il Governo ha scelto di non investire. 

Per fortuna, oltre all’insensibilità e totale incapacità di leggere i fenomeni di chi legifera sul tema, nel nostro paese c’è una comunità sempre più grande che ha imparato a confrontarsi con sé stessa e con i propri tormenti, fino a costruire percorsi collettivi di supporto alla cura, processi di formazione e sensibilizzazione. Proprio in questa direzione si muovono le attività di Animenta, associazione che ha ufficialmente trovato posto nella nostra città da venerdì, accolta da una sala gremita di rabbia e speranza. Il gruppo di volontari e volontarie sarà presente ogni martedì dalle 16 alle 19 con un punto di ascolto a Vicolo Bolognetti 2 nel contesto del Laboratorio di Salute Popolare, anche questo osteggiato dalla destra cittadina, evidentemente ciò che offre soluzioni di cura non sta nelle simpatie di chi il sistema di cura lo sta definitivamente distruggendo.