Recentemente, diversi studi e articoli hanno evidenziato un aumento dei disturbi psicologici tra i migranti. Le cause di questa crescita sono molteplici e si manifestano durante tre fasi principali: il periodo pre-migratorio, il viaggio stesso e il periodo post-migratorio. I migranti spesso arrivano in Italia dopo aver vissuto esperienze estremamente traumatiche nei loro paesi d’origine o durante il viaggio verso l’Europa. Questi traumi includono violenze, abusi, perdite di familiari e condizioni di viaggio disumane. Circa il 50% dei migranti soffre di disturbi mentali legati a traumi vissuti prima e durante la migrazione. 

Le donne e i bambini non accompagnati sono particolarmente vulnerabili, con le donne spesso esposte a violenze sessuali e i minori a una maggiore instabilità emotiva e fisica. Gli uomini, invece, possono sperimentare una forte pressione legata alla responsabilità familiare, con conseguenti delusioni se non riescono a migliorare la loro situazione. Tali esperienze possono portare allo sviluppo di gravi disturbi psicologici come il disturbo da stress post-traumatico, ansia e depressione. 

Infine, l’adattamento al nuovo contesto culturale, linguistico e sociale post-migrazione può aggravare il loro stato mentale. La mancanza di supporto adeguato per affrontare questi disturbi aggrava ulteriormente la situazione. Molti migranti non ricevono l’assistenza psicologica necessaria, trovandosi spesso in condizioni di isolamento sociale e marginalizzazione. Questo scenario aumenta il rischio di comportamenti instabili e, in alcuni casi, violenti. 

Un altro fattore significativo è la mancanza di procedure di accoglienza adeguate che tengano conto dello stato di vulnerabilità mentale dei migranti. Attualmente, la valutazione della salute mentale viene spesso trascurata a favore di quella fisica, nonostante la prevalenza di disturbi mentali tra i migranti sia nettamente superiore rispetto ai disturbi somatici. È fondamentale che i criteri di accoglienza integrino valutazioni psicosociali per offrire un supporto più completo e mirato, coinvolgendo medici, psichiatri, psicologi, interpreti e mediatori culturali. Solo attraverso un approccio integrato che preveda l’accesso a servizi di salute mentale, programmi di integrazione sociale e assistenza specifica per la gestione dei traumi  possiamo sperare di migliorare la situazione.

Tutto questo perché la questione della mobilità internazionale è profondamente iniqua. Le politiche migratorie attuali favoriscono le persone provenienti dai paesi del nord del mondo, rendendo molto più semplice per loro viaggiare legalmente rispetto a chi proviene dai paesi del sud globale. Le disparità nell’accesso ai visti, nelle possibilità economiche e nelle politiche di asilo creano una situazione in cui molti individui si trovano costretti a intraprendere viaggi pericolosi per raggiungere l’Europa. Queste difficoltà non solo mettono a rischio la vita dei migranti, ma alimentano anche un mercato nero gestito dai trafficanti di esseri umani. Se ci fossero vie legali e sicure per chiunque desideri migrare, molte delle tragedie legate all’immigrazione potrebbero essere evitate. Un sistema più equo permetterebbe di gestire meglio i flussi migratori, garantendo diritti e dignità a tutte le persone indipendentemente dalla loro provenienza. Una possibile soluzione potrebbe essere l’adozione del diritto alla mobilità come un diritto umano fondamentale. Questo potrebbe includere l’espansione dei programmi di visti umanitari, la creazione di corridoi umanitari sicuri, e l’implementazione di accordi internazionali che facilitino la migrazione legale. Ma questo è un sogno che forse non vedremo mai realizzato.