Da quando è arrivata la notizia della scomparsa di Giulia Checchettin mi sono fatto trasportare da tutto il rumore che ha invaso il nostro paese. Ieri mi sono vestito di silenzio per provare a scomporre il cono di rumore che mi ha avvolto ed individuare l’origine dei vari suoni, provando a leggerli.

I primi suoni che hanno popolato la mia mente sono il trillo delle chiavi di casa e lo scoppiettare del fuoco intorno ai quali le piazze di tutta Italia si sono abbracciate per combattere il dolore dell’ennesima morte di una donna e nelle quali mi sono rifugiato per dare un’espressione alla mia inquietudine.

Mi hanno scaldato nel gelo notturno delle vie della nostra città le parole profonde scambiate al termine di serate in compagnia quando ognuno prende la sua strada e il fatto di essere uomo o donna assume un peso. Nel percorrere la strada di casa con una mia amica mi sono chiesto che suono dovesse avere la mia voce in pubblico per avere un senso, per rispettare il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce. “Rendi pubbliche le tue domande, racconta ciò che ti turba del sistema patriarcale, mostrati consapevole della disparità che comporta” mi ha detto lei. Consapevole del mio privilegio maschile, una volta entrata nel portone di casa, ho ripreso il percorso verso casa mia riuscendo a godermi senza paura la calma che i portici di via Saragozza regalano alle 2 di notte.

Mi ha riempito di rabbia il rumore bianco delle storie instagram con scritte cubitali a sfondo nero di troppi miei conoscenti di sesso maschile che hanno allontanato da sé qualsiasi responsabilità con lunghi elenchi di argomentazioni: “La maggior parte degli uomini sono persone per bene”, “Se Turetta ha ucciso Giulia è perché aveva dei problemi, non tutti siamo psicopatici”, “107 femminicidi coincidono con 107 uomini killer, in Italia siamo 29 milioni di uomini, è normale che statisticamente tra questi ci sia qualche violento”, “L’Italia per numero di femminicidi ha meno casi rispetto a tanti altri paesi europei”, “Ci vogliono togliere la libertà di parola, fare battute sessiste e qualche commento sull’estetica non ha mai ucciso nessuno, è normale”, “Io non ho mai tirato una pacca sul culo ad una in discoteca, ma sono convinto anche che bisogna distinguere tra ciò che è violenza e ciò che è semplice maleducazione”, “Se vedo una violenza su una donna sono il primo ad andare a picchiare chi la sta facendo, è così che la gente impara a stare al mondo”.

Queste frasi sono solo alcune delle armature poste a propria difesa da buona parte della popolazione maschile per proteggersi dall’evidenza dei fatti e del loro ripetersi incessante, come se per eliminare la disparità tra i sessi bastasse ricondurre ad ironia e goliardia certi comportamenti o per sconfiggere la violenza ne servisse semplicemente una più forte in una competizione machista dove i pugni sono lo strumento di giustizia e la donna rimane “oggetto” di contesa davanti al quale mostrare la propria forza e spavalderia.

Da tutti i rumori che ho assorbito in questi giorni ho definitivamente maturato il fatto che per convivere serenamente con il mio essere uomo ho un profondo bisogno di liberarmi da molto di ciò che per cultura e abitudine è ad esso legato.

Questa lotta tra io biologico e io culturale si è fatta largo anche nel silenzio delle ore di sonno sotto forma di incubo. Ho sognato di essere io il mostro, di essere io a scappare senza meta in stato confusionale, di essere io a non avere il controllo sul mio corpo, di essere io a non riconoscermi.

Mi sono svegliato con la pelle madida di sudore in un urlo che mi ha risucchiato nella realtà. Sono rimasto al buio tra qualche lacrima di smarrimento tra ciò che è in me e ciò che è fuori di me, tra ciò che è realtà e ciò che è incubo, tra ciò che parte di chi ha il mio stesso sesso ostina a nascondere e ciò di cui si dovrebbe parlare in modo dirompente.

Io in silenzio non ci sto. Nel silenzio sta il patriarcato, nel silenzio stanno gli incubi. Io voglio gridare che per evitare che ci sia un prossimo dobbiamo osservarci, rimproverarci, parlare, condividere le nostre fragilità senza trasformarle in armi. In questo sta la nostra responsabilità.

Fratello, non ignorare le mie colpe. Se domani sono io, se domani commetto violenza, fratello, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultimo.