È notizia di questi giorni l’approvazione alla Camera della Proposta di legge di Fdi, a prima firma del capogruppo Tommaso Foti, che ha l’intento di vietare la trasformazione di capannoni industriali o garage in luoghi di culto per le comunità islamiche.

La proposta di legge riguarda le norme urbanistiche e stabilisce che per le religioni che non hanno sottoscritto una intesa con lo Stato, le associazioni culturali che utilizzano un immobile non ne possono cambiare destinazione d’uso per adoperarla come luogo di culto, modificando l’articolo 71 del codice del Terzo settore in materia di compatibilità urbanistica dell’uso delle sedi e dei locali impiegati dalle associazioni di promozione sociale per le loro attività.

Questa proposta di legge interviene in un contesto che vede nel nostro paese circa 2,6 milioni di musulmani, poco meno del 5% della popolazione residente, a fronte di sole cinquanta moschee riconosciute come tali: questo vuole dire che i garage e i locali dismessi sono in realtà gli unici luoghi residuali in cui è “concesso” ai musulmani di esercitare la propria fede. Ciò anche in considerazione del fatto che le amministrazioni pubbliche non concedono spazi per la preghiera e la legislazione nazionale sull’edilizia di culto non esiste.

Va anche ricordato che in passato vi sono stati due analoghi provvedimenti cosiddetti anti-moschee delle Regioni Lombardia e Liguria, finiti nel dimenticatoio grazie a reiterate sentenze dei Tar, del Consiglio di Stato e della stessa suprema Corte Costituzionale.

Nei fatti il dispositivo che si appresta ad andare in discussione al Senato ha l’obiettivo di rendere possibile ad amministrazioni ostili ad una parte dei loro stessi cittadini, l’emissione di provvedimenti d’interdizione di ogni attività religiosa in tutti i locali condotti da comunità religiose che non abbiano stipulato con lo Stato intese ex art. 8 della Costituzione. Insomma sostanzialmente le centinaia di aggregazioni di musulmani che esistono in questo nostro Paese e si adoperano per assicurare la ritualità islamica.

È evidente che attraverso la modifica delle norme urbanistiche si andrebbe ad incidere sulla libertà di culto.

In questi termini la proposta di Legge non può che risultare incostituzionale in particolare alla luce degli articoli 2 e 8 della Costituzione.

Il primo tutela i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni in cui si svolge la sua personalità, intendendosi con queste anche le aggregazioni religiose che contribuiscono a formare l’identità dell’individuo e la sua collocazione sociale.

Il secondo riconosce l’uguale libertà davanti alla legge delle confessioni religiose con il solo limite di non violare l’ordinamento giuridico italiano.

Al netto delle considerazioni costituzionali ciò che più mi preoccupa sono i risvolti sociali che l’approvazione di una misura di questo tipo potrebbe avere, andando ad acuire ulteriormente il senso di respingimento che certe parti della nostra società soffrono, contribuendo ad innalzare muri ed ignorando il contributo positivo che molte associazioni culturali di matrice islamica offrono al territorio.

Io stesso sono testimone di come il dialogo interreligioso possa portare ad esiti estremamente arricchenti per le comunità che lo vivono, alla Barca, il territorio che vivo quotidianamente, il dialogo tra la parrocchia di Sant’Andrea e l’associazione islamica al Wassat, che ha sede in un locale che potrebbe essere colpito dalla riforma in discussione, ha dato origine a collaborazioni durature di presidio sociale come il punto di ascolto per le persone in difficoltà o la raccolta alimentare. La prossima domenica ci riuniremo insieme per la festa dei popoli dove scambieremo culture e cibo.

È inevitabile che per intraprendere un dialogo che possa essere realmente trasformativo e incisivo per il territorio che lo ospita vi debbano essere condizioni di parità: togliere il luogo di culto all’associazione Al Wassat significherebbe togliere energie al dialogo, disgregare un presidio sociale, fare arretrare la crescita di un territorio. È evidentemente che chi legifera ignora la realtà e aspira a crearne una diversa e chiusa dietro tradizioni e valori che sono vuoti di sostanza.

Sono convinto che a prescindere dall’esito del percorso legislativo, Bologna rimarrà fedele alla sua anima plurale e costituzionalmente orientata, respingendo qualsiasi arretramento insensato.