Poche ore fà nella riunione a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni e i vertici dell’Intelligence,  il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto: “abbiamo fatto un’analisi della situazione e continuiamo a monitorare gli sviluppi anche in tutta l’area del Medio Oriente, dove c’è anche una presenza italiana. Noi continuiamo a lavorare per la stabilità, per la pace e per la soluzione anche della crisi palestinese, con due popoli e due Stati. Nei prossimi giorni sarà a Roma il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, che è anche il ministro degli Esteri: l’ho invitato, incontrerà il presidente del Consiglio e incontrerà me al ministero degli Esteri, quindi procediamo con un’azione veramente a favore della pace. Siamo per il cessate del fuoco, chiediamo la liberazione degli ostaggi, e non siamo a favorevoli dell’attacco a Rafah, ovviamente. Lavoriamo per rilanciare il dialogo politico e arrivare a due Stati che convivano in pace e sicurezza”.

In occidente invece si moltiplicano i movimenti di dissenso sul caso Palestina. E’ doveroso ricordare come la storia non ci abbia ancora insegnato l’importanza del dissenso pacifico. Dalle proteste contro la guerra del Vietnam agli eventi della Primavera Araba, passando per le rivolte studentesche del ’68 e la resistenza nel Ghetto di Varsavia, i movimenti di protesta hanno sempre cercato di dare voce alla giustizia e alla libertà. Anche oggi, dobbiamo ascoltare e comprendere prima di giudicare, per trovare soluzioni giuste e pacifiche alle crisi globali e nazionali. Per questo è arrivato il momento di alzare la voce e denunciare con forza ciò che sta accadendo nella nostra democrazia.

Seif Bensouibat, professore algerino che ha lavorato per dieci anni nella scuola francese Chateaubriand di Roma, ha perso il lavoro e lo status di rifugiato politico a causa di alcuni commenti sulla situazione a Gaza postati sui social. Dopo essere stato denunciato e perquisito senza trovare nulla di illegale, è stato sospeso, e infine licenziato.

Le autorità italiane lo considerano pericoloso e lo hanno recluso nel CPR di Ponte Galeria, in attesa dell’espulsione in Algeria. Amici e avvocati stanno cercando di bloccare la deportazione, mentre il senatore Peppe De Cristofaro ha chiesto spiegazioni al governo italiano. Seif, sentendosi perseguitato, teme per la sua vita e dignità se sarà rimandato in Algeria. 

Questo episodio ci restituisce ancora una volta il fatto che la crisi in Palestina è ormai manifestamente una crisi globale, che sta mostrando la fragilità dei diritti umani nelle società democratiche e l’erosione del diritto al dissenso.

Proprio quest’ultimo è oggetto di costanti mistificazioni, in primis nel nostro paese, come il caso riguardante le contestazioni alla Ministra Roccella, definite dal nostro Governo come azioni di censura da parte degli studenti, quando non sono altro che manifestazioni di opinioni divergenti.

Poi quando la censura viene realmente esercitata, come nel caso dello scrittore Antonio Scurati, si parla di questioni economiche e vicende contrattuali per nascondere la polvere sotto il tappeto e tentare disperatamente di non fare vedere la censura, quella vera.

Va chiarito che è il potere che censura, non i cittadini. Il potere dispone della forza pubblica e la usa per mantenere l’ordine. Il dissenso, invece, è un diritto dei cittadini, una libertà che in democrazia deve essere sacra e inviolabile.

Tornando ai drammi che si stanno consumando in Medio Oriente, questi hanno inevitabilmente scatenato la ribellione di molti che non si arrendono al massacro in corso e che chiedono incessantemente la pace, e proprio nei confronti di questi si sfoga l’indignazione pubblica che fatica a leggere il fenomeno e l’ombelicale grido di disaccordo a tutto ciò che sta accadendo perché privo di ogni senso.

Il dissenso sincero alla guerra non viene compreso e spesso condannato e marginalizzato da chi ha responsabilità politiche, fino ad arrivare a casi estremi come quello di Seif Bensouibat.

E’ qui che il soffocamento del dissenso raggiunge l’apice dell’insopportabilità: non è più tollerata la parola pace, la richiesta di “Cessate il fuoco” e chi le pronuncia.

Questi termini devono essere liberati dalla gabbia di paura che li avvolge e tramutarsi da termini di dissenso ad opinione dominante, per questo a tutti i livelli politici e mediatici bisogna battersi, a partire dalla richiesta di liberazione di Seif Bensouibat.